Siamo in una regione fortunata! Dove la terra, il clima e la saggezza dei nostri nonni combinata con le nuove conoscenze, produce uve diverse e sempre più interessanti.

Nei miei tour, capita sempre più spesso che i clienti vengano attratti dai grandi vini: Barolo e Barbaresco in assoluto i più conosciuti. E poi si stupiscono e restino incantati dai “fratelli minori”.

Cosa ne diresti di fare un Tour esplorativo, alla scoperta di altri vini del territorio? In ordine alfabetico per non far torti a nessuno!

Arneis e Favorita

I bianchi del Roero: Arneis e Favorita

Storici castelli, terre coltivate a noccioleti, vigneti e numerosi frutteti, alternate alle Rocche e alle colline boscose: Il Roero. L’arneis a la favorita sono i due vitigni a bacca bianca più diffusi nella zona da cui si producono il Roero Arneis e il Langhe Favorita. Entrambi secchi e dai profumi eleganti di fiori bianchi e frutta a polpa bianca e gialla. Attraverso degustazioni guidate potrai capire la lunga storia, iniziata nel ‘400, che lega i due vitigni, arneis e favorita, al territorio del Roero. Una cucina territoriale davvero unica nel suo genere che ti aiuterà ad esaltare il sapore di questi due meravigliosi bianchi.

 Barbera

La Barbera d’Asti e Nizza Monferrato

Il Monferrato è riconosciuto come l’area storica di produzione della Barbera d’Asti e Nizza Monferrato ne è la sua capitale d’elezione. Un mare verde di dolci colline ti porterà a scoprire piccole cantine a conduzione familiare. Interessante sarà ua sosta nella città medievale di Nizza Monferrato. Troverai cantine che a inizio ‘900 hanno fatto la storia della Barbera d’Asti. Degustando le varie Barbera apprezzerai le sue caratteristiche uniche. Un vino di spiccata acidità, che migliora e si ingentilisce con il tempo. Vino di grande versatilità, che si abbina alla cucina del luogo dove la tipicità astigiana incontra l’influenza ligure.

 Gavi

L’Alto Monferrato, aspro ed intrigante ti aspetta per degustare il Gavi.

Gavi, paesino medioevale, piccolo gioiello dell’’Alto Monferrato. Lo trovi quasi nascosto tra Appenino ed il mare. La sua posizione geografica, una terra dove si sono incrociate culture e sapori, regala al Gavi mineralità, freschezza ed eleganti profumi di fiori bianchi, miele e agrumati. Vino derivato da uve Cortese. Ti posso creare un percorso tra cantine storiche, radicate nel territorio e paesi la cui architettura è stata influenzate dalla vicina Liguria. Degusterai i vini del territorio abbinati a piatti capaci di unire i sapori della cucina genovese e gli ingredienti locali.

  

Moscato

Il Moscato d’Asti e i Sorì da scoprire

Prima di tutto un viaggio nel tempo tra le pagine di famosi scrittori italiani come Beppe Fenoglio e Cesare Pavese. Autori che hanno vissuto e scelto di scrivere proprio di queste terre.  Siamo a destra del fiume Tanaro, in un’area a cavallo tra le province di Asti, Alessandria e Cuneo. Zona di forti pendenze collinari che fanno pensare alla fatica della coltivazione che si traduce nella dolcezza del Moscato d’Asti. Vino aromatico e fresco, il vino della festa. Potrai degustare il moscato bianco, con cui si produce il Moscato d’Asti, in diverse espressioni dolci e secche. La cucina fatta di ingredienti tipici ti guiderà alla scoperta dei molteplici abbinamenti con il Moscato d’Asti. Sarebbe possibile abbinare la visita ad un mulino che produce farine pregiate e che rispettano le antiche tradizioni della molitura.

 

Una piccola selezione di vini che ti permetterà di farti qualche idea per un Tour dei vini piemontesi! Se sei interessato, contattami, potrai costruire il tuo percorso personalizzato!

Non poteva mancare nel nostro blog un articolo sul mitico Tartufo Bianco d’Alba!

La stagione è quella giusta, o meglio, diciamo che da questa settimana (siamo a metà ottobre) fino a fine novembre entriamo nel periodo in cui i tartufi sono davvero i migliori, i più profumati e gustosi.

Perché l’autunno è la stagione migliore per il tartufo?

Perché fa freddo di notte, perché c’è umidità nell’aria e quindi il prezioso fungo ipogeo matura lentamente e dà quindi il meglio di sé all’assaggio.

Che poi si sa è tutta una questione di profumo: prova ad assaggiare un tartufo con il naso chiuso, se ne andrà metà del piacere o forse di più!

A questo punto qualcuno si chiederà se è proprio degno di tanta fama, dopotutto è poi solo profumo o quasi…beh io dico di sì! Quel profumo inconfondibile che non mi azzarderò a paragonare a nient’altro per paura di sminuirlo, è qualcosa di inebriante, quasi magico…e quindi almeno una volta all’anno vale la pena pagarne il costo! Si vive una volta sola, no?

Ecco veniamo subito alle dolenti note: quanto costa il Tartufo Bianco d’Alba nella sua stagione migliore? Il prezzo è variabile, dipende dall’annata, questo si sa e anche dalla pezzatura: più i tartufi sono piccoli o rotti, meno costano. E’ ragionevole pensare che si aggiri intorno ai 300/350 euro l’etto. Durante la Fiera del Tartufo tende ad aumentare perchè c’è più richiesta!

Ma quanto è un etto di tartufo? Quanto tartufo è necessario grattare per un piatto?

Diciamo che una bella e generosa grattata sta intorno ai 6/7 grammi, quindi se il tartufo costa 300 euro l’etto, il nostro piatto ricco ci costerà dai 18 ai 21 euro. Ovviamente se scegliamo uno dei tanti ristoranti in zona Langhe, Roero e Monferrato, dobbiamo aspettarci cifre un po’ più alte.

E a quali piatti abbiniamo il tartufo?

Il tartufo ha un profumo elegante e sofisticato oltre che inconfondibile: è molto importante non coprirlo con gusti forti in abbinamento; per questo i piatti preferiti e più consigliati sono le classiche tagliatelle all’uovo (i “tajarin”, magari le tipiche ricette 40 tuorli) o semplicemente con un uovo al padellino (il mio abbinamento preferito!). C’è chi lo ama con la carne cruda, ma io penso che con i piatti caldi dia il meglio…gusto personale ovviamente! Lo trovo strepitoso anche con la fonduta.

Quale vino in abbinamento al tartufo?

Diciamo che per l’abbinamento comanda il piatto su cui lo “grattiamo”, quindi sicuramente con i rossi importanti e corposi tipici delle Langhe andiamo sul sicuro!

Ma alla fine perché il tartufo è così caro? Ed il Tartufo bianco d’Alba ancora di più?

Sicuramente il marketing ha fatto la sua parte nella valorizzazione del tartufo, ma il motivo è sicuramente anche la sua rarità e la difficoltà nel trovarlo. Quello di Alba perchè ha un profumo decisamente intenso e riconoscibile.

Da questo punto di vista, un’esperienza davvero unica è quella di accompagnare un “trifolao” e il suo cane (detto anche tabui) alla ricerca del prezioso fungo, magari alle prime luci dell’alba. E’ emozionante assistere all’eccitazione del cane che annusa tutt’intorno e si precipita in tutti gli anfratti alla ricerca del tartufo. Molto interessante scoprire tutte le tecniche di addestramento dei cani e capire come si estrae il tartufo, che ovviamente non deve rompersi.

Ecco, questa è la dimensione del tartufo che mi piace di più: l’idea di restituirlo a quello che è, un prodotto naturale, della terra, che non è solo un bene di lusso per le tavole degli chef di tutto il mondo (questo aspetto viene dopo), ma un profumatissimo fungo che cresce sottoterra solo in determinate condizioni e zone e per questo diventa raro e prezioso.

Un prodotto che ci racconta di “trifolao” di lingua madre piemontese e di cani che capiscono solo quella “lingua”, di un rapporto simbiotico tra questi ultimi e il loro padrone e soprattutto di ecologia e ambiente. Eh sì, perché finché ci sarà il tartufo vorrà dire che la natura non è ancora sconfitta. Il tartufo nasce e cresce solo nei boschi ed è solo preservandoli che potremo ancora gustarci questa meraviglia della natura. Il tartufo ha in sé un animo semplice e contadino, molto meno sofisticato di tanti prodotti gourmet…alla fine a “lui” basta un uovo al padellino per dare il meglio di sé!

Potrei raccontare ancora molte cose riguardo al mondo del tartufo, delle piante che ne favoriscono la formazione e delle zone in cui si può trovare; delle varie tipologie più e meno pregiate…. ma vorrei lasciare un po’ di mistero, un mistero profumato proprio come il Tartufo bianco d’Alba!

Se vuoi scoprire tutto su questo mondo, partecipa a una esperienza esclusiva di ricerca con pranzo finale con degustazione di tartufo biancoti garantisco che sarà indimenticabile!

Guarda il nostro video per ispirarti!

 

 

 

Parlare di nocciole delle Langhe in tempo di vendemmia?

Lo so che siamo tutti pronti per parlare di vendemmia, di come è stata questa annata per il Nebbiolo che diventerà poi Barolo; siamo pronti per la Fiera del Tartufo e per i grandi eventi autunnali delle Langhe, ma oggi voglio fare un passo indietro.

Il Ferragosto ormai è passato, per molti le vacanze sono appena finite, mentre per altri sono già un lontano ricordo… ma perché disperare quando anche in autunno si possono progettare dei magnifici viaggetti?

Le origini del Castelmagno

Hai mai sentito parlare del Castelmagno? È un celebre formaggio piemontese, una regione che ben si sposa con la filosofia del “cheese” e che, nella stessa cultura culinaria, ricopre un ruolo piuttosto rilevante.

Prima del prodotto e dei vari, squisiti, abbinamenti, vorrei soffermarmi sulla simpatica prima rilevanza storica di questo alimento.

Siamo nel 1277. Al piccolo comune di Castelmagno viene richiesto, di lì in avanti, un canone annuale di una certa cifra da corrispondere al marchese di Saluzzo. Di quanto denaro si parla? Nessuno! La somma sarebbe stata corrisposta in quantità di Castelmagno.

In effetti, com’era facile intuire, il formaggio prende il nome dal comune di produzione, un piccolo paese di soli 61 abitanti, d’altra parte siamo oltre i 1000 metri di altitudine! A parte l’incantevole Santuario – in foto qui sulla destra -, è tappa di tanti appassionati di trekking che puntano a proseguire verso l’alto (ad esempio, la pista “Curnis Aouta”).

Santuario Castelmagno
Formaggio Castelmagno DOP

Il prodotto

Il Castelmagno DOP è un formaggio a pasta semidura, grasso/semigrasso di breve o media stagionatura.

Come detto, la sua origine storica risale a oltre mille anni addietro, la cui produzione avveniva proprio nell’omonimo paese, a oltre 1000 metri di altitudine.

Si tratta di un prodotto con un sapore intenso, piuttosto riconoscibile e che rappresenta un must della cucina piemontese. Difficilmente, chi viene in Piemonte può rinunciare ad assaggiarlo e, proprio a riguardo, Slowdays si sta attrezzando per rendere disponibile anche questo tipo di esperienza, ma non anticipiamo altro…

Disponendo di una sua importante consistenza, può essere anche mangiato autonomamente, senza alcun accompagnamento, così come, ovviamente, può essere abbinato a primi piatti e a vini corposi – un Nebbiolo non guasterebbe affatto… -.

La ricetta: Gnocchi al Castelmagno

Gli abbinamenti con il Castelmagno sono molteplici, ma è impossibile non citare la combinazione per eccellenza: gli Gnocchi al Castelmagno.

Si tratta di una pietanza tanto semplice quanto irresistibile e chiunque venga in Piemonte non può rinunciare ad assaggiarla. Ma quali sono gli ingredienti e come si realizza?

Lo gnocco è un “semplice” gnocco di patate, realizzato con farina, ovviamente patate, e uova. Sono serviti con una crema composta da castelmagno e panna ed è una ricetta proprio tipica della Valle Grana, nella zona di produzione del Castelmagno stesso.

Da lì, la bontà e la facilità di preparazione ha condotto questo piatto a divenire tradizione del Piemonte e ad essere riproposto nei principali ristoranti presenti nell’intera regione.

Se per caso dovessi averti incuriosito, ti lascio un link per la ricetta qui, ma a breve potresti ricevere anche un altro tipo di sorpresa…

Infatti, un mio desiderio personale si sta trasformando in realtà: vorrei che sempre più persone avessero la possibilità di conoscere le principali ricette tradizionali piemontesi e, soprattutto, imparare a realizzarle da chi le tramanda da generazioni. Perciò, se hai gradito questo contenuto, scrivici e rimani aggiornato su questo nuovo pacchetto in elaborazione…

Gnocchi al Castelmagno

Oggi voglio raccontarti di un altro prodotto straordinario del nostro Piemonte: Il Formaggio

L’occasione che mi spinge a parlarti di questo argomento è l’avvicinarsi della straordinaria manifestazione CHEESE.

Questo evento si tiene ogni due anni. A Bra, cittadina della provincia di Cuneo dove è nato il movimento SlowFood di Carlin Petrini (ma ve ne parlo un’altra volta!)

Dunque ti accenno qualcosa di Cheese, ma in relatà ti parlerò di formaggi piemontesi. Sì perché Cheese è l’apoteosi del formaggio. E’ la vetrina dove i produttori da ogni continente portano i loro prodotti e si fanno conoscere. E’ un evento straordinario che ad ogni appuntamento cresce e si sviluppa.

Il titolo è Cheese, le forme del latte. La città di Bra diventa un mercato in ogni suo angolo e gran parte dei ristoranti della zona omaggiano questo prezioso prodotto, antico e sempre più apprezzato!

Quando: 20-23 settembre 2019 (evento biennale)

Ma parliamo dell’argomento che mi sta a cuore:

I formaggi italiani ed ancor di più i formaggi piemontesi.

In Italia abbiamo una varietà che ci colloca tra i primi produttori al mondo proprio per le tante tipologie di formaggi vaccino, ovino e caprino. Ed il Piemonte rispecchia questa caratteristica. Praticamente in ogni valle troverai piccoli e grandi caseifici con le loro specialità. Formaggi della tradizione e formaggi anche con un pizzico di innovazione. Tutti caratterizzati dall’ottima materia prima

Ti racconto qualcosa dei formaggi che amo di più

Iniziamo dal Gorgonzola DOP, il nome non ti deve ingannare: si chiama come la città lombarda ma il grosso della produzione arriva dalla provincia di Novara. Poi possiamo ormai vantarci del Grana Padano DOP e di suo “figlio diletto” il Valgrana. Ottimo il Bra e straordinario il Castelmagno. Io vado matta per le varie tume, di cui in particolare devo ricordare quella di Roccaverano.

Ci sono poi formaggi come il Raschera, il Taleggio, il Bruss, le robiole che diventano un piatto principale e molte volte un ottimo sostituto della carne.

Noi piemontesi, ed ancora di più noi che viviamo nelle Langhe abbiamo una predilezione per i formaggi che si integrano con i nostri piatti caldi invernali. La polenta concia, gli gnocchi alla bava, il risotto al raschera oppure al castelmagno, i tomini grigliati, la pasta al gorgonzola ed ogni piatto dove il formaggio fuso scatena il suo gusto!

Ti ho invogliato? Bene, sappi che organizzo Tour gastronomici dove i formaggi incontrano i vini della zona e dove li possiamo accompagnare anche a conserve preziose ed intriganti come la Cugnà!

Se hai voglia di “ubriacarti” di formaggio non devi mancare alla manifestazione Cheese 2019 ma sappi che qui troverai formaggi ottimi in ogni stagione. Parola di golosa del formaggio.

Ricette piemontesi: parliamo di come si integrano i popoli attraverso la cucina!

Alcuni giorni di festa, il freddo che sembra non volere ancora andare via e qualche ora da dedicare alla cucina. Ecco gli ingredienti di questo articolo!

 Insalata russa: certamente piemontese! O no?

C’è chi racconta che in Italia, nel Settecento, si parlasse di insalata genovese e che fosse un piatto amato dagli aristocratici liguri. Molti altri invece sostengono che l’insalata russa SIA PIEMONTESE. Ed io voglio crederci!

Perché si chiama russa?

Forse l’origine non deriva dal fatto che l’insalata russa fosse proprio russa. Ho trovato qualche cenno al fatto che si chiamasse così perché il servizio era “alla russa”, e cioè che tutti i piatti fossero serviti in tavola insieme. Io vi do la ricetta che ho scritto anni fa sul mio quaderno di ricette!

Insalata russa alla piemontese: la ricetta originale

Ingredienti

  • 1 tazza di maionese (fatta con i tuorli, poco olio di oliva, olio di semi, sale e limone!)
  • 2 patate
  • 3-4 di carote
  • 1 scatola di piselli teneri (io compro quelli surgelati e li faccio bollire. Se preferite potete usare quelli già cotti.
  • 7-8 pezzi di sottaceti, tritati fiissimi
  • 1 scatoletta di tonno (io preferisco il tonno in vetro, ma era per darvi la misura)
  • olio extra vergine di oliva q.b.
  • sale q.b.

 Preparazione

Cuocete le verdure separatamente. Devono essere ben morbide. Quando saranno raffreddate unitele agli altri ingredienti (sminuzzate il tonno!) e mescolate accuratamente aggiustando di sale ed aggiungendo qualche cucchiaio di olio EVO. Alla fine, aggiungete la maionese, tenendone qualche cucchiaiata per guarnire. Mescolate ancora bene. Appiattite e livellate l’insalata russa. Stendete un velo di maionese e fate “le guarnizioni”. Piselli, qualche spicchio di carota, una fetta di uovo sodo serviranno a fare qualche bel disegno!

 

Altro piatto “mitico” della cucina piemontese? Il vitello “tonnato”!

 

Alzi la mano chi non ha assaggiato il vitello tonnato! Se siete stati in Piemonte, impossibile!

Dire antipasto in Piemonte e dire Vitel Tunè è quasi la stessa cosa! In Italia però si contano molte versioni di questo piatto: Lombardia, Veneto, Emilia dicono di essere depositarie della storia di questo piatto. Ma Wikipedia (e già anche Wikipedia si è scomodata!) dice che è piemontese, e quindi bando alle chiacchiere, è piemontese!

Partiamo dal fatto che è un piatto strano! La carne mescolata al pesce non è proprio usuale. E poi, se pensiamo che il Piemonte, il mare, proprio non ce l’ha!

Il vitello tonnato, quando è nato prevedeva una salsa a base di acciughe e capperi. Le acciughe ed i capperi erano il frutto degli scambi con la Liguria. E nasce da questi scambi questa idea … così buona!

Vitel tunè voleva dire vitello “conciato”. Si dice che il tonno sia stato aggiunto dopo, come ingredienti, forse proprio per un errore derivato dal nome!

La MAIONESE? Sì o No?

Diciamo che nel tempo è stata aggiunta la maionese per creare la salsa tonnata, buonissima peraltro, che oggi conosciamo. Qualche purista la rinnega assolutamente. A me piace in entrambe le ricette. Anzi, mi piace da impazzire anche il panino con il vitello tonnato! Provare per credere…!

La Bagna Càuda: la salsa piemontese che arriva dalla Francia!

La salsa a base di sale olio e acciughe era conosciuta ed amata dai mercanti. Ma solo “i poveri” la amavano. Oggi è diventata un piatto quasi ricercato e si sono addirittura creati i “Bagna Cauda Day”!

Come nasce questo piatto?

E’ il piatto collettivo. Il piatto della festa. Si condivide l’allegria perché “si bagna” tutti insieme. Era il piatto per festeggiare la fine della vendemmia. Ma i contadini lo amavano anche …  a colazione! Sì, perché se ti sei svegliato alle tre del mattino, hai sistemato la stalla, munto le mucche, raccolto un po’ di verdura nell’orto… puoi anche fare colazione con la bagna cauda ed una bella fetta di pane!

È una ricetta piemontese? No, direi del Monferrato e delle Langhe

Sembra che le sue origini siano in Provenza. Salse a base di acciughe, molto simili, si raccontano già nei secoli passati.

I commercianti del Monferrato, quando andavano in Francia a rifornirsi di sale ed acciughe hanno assaggiato e quindi “importato” anche questo splendido piatto!

La nostra tradizione ha aggiunto le verdure e l’ha fatta diventare un “intingolo”!

Gli ingredienti e la ricetta della bagna cauda

Ora ti racconto la nostra ricetta (per 4 persone)

  • una testa e mezza di aglio
  • olio quanto basta
  • 200 grammi di acciughe “mature”, devi chiedere così!
  • Latte, un pezzetto di burro

Sfiletta e pulisci le acciughe.  Lessa l’aglio nel latte fino a quando diventa poltiglia. Aggiungi la noce di burro. Metti i filetti di acciughe e lavorali sempre sul fuoco, fino a farli ridurre in crema. Versa l’olio a filo fino alla consistenza desiderata. Deve poi cuocere circa 30 minuti a fuoco bassissimo!

Servila in tavola con belle fette di pane casereccio e le verdure pulite. Scaldala ogni tanto oppure metti in tavola un fornelletto per tenerla calda durante tutto il pasto.

Una buona Barbera, per me, è l’accompagnamento migliore!

Se vuoi venire ad assaggiare questi ed altri ottimi piatti piemontesi, ti aspetto per aiutarti ad organizzare il tuo Tour ideale! Tra cantine, passeggiate per smaltire, ristoranti e panorami, non ti sentirai mai sazio!

Via alla pagina dei nostri Tour per avere ispirazione. Ma ricordati che noi creiamo Tour personalizzati!

 

A Monale c’è Raffaele, che si prende cura delle sue caprette un po’ dispettose, ma con il loro latte produce formaggi pluripremiati!

In una di queste giornate anticipatamente primaverili, mi sono messa in macchina per andare a conoscere Raffaele, titolare dell’azienda agricola Cascina Aris.

Prima di giungere a destinazione, ho fatto una sosta a Monale, un piccolo comune in provincia di Asti di circa 1.000 abitanti.

Davvero un posticino delizioso, dove cielo e boschi, stradine di campagna e natura, convivono insieme allegramente!

A coronare questo bucolico paesaggio, un Castello, il Castello di Monale, non aperto al pubblico per visite guidate, ma le cui sale sono adibite a sontuose location per matrimoni / bed & breakfast. Un luogo da tenere in considerazione per turisti in cerca di soggiorni rilassanti, immersi nella pace della campagna.

Ho ripreso, quindi, il mio giro, destinazione: Cascina Aris! La stradina da percorrere è tutta curve, sale piano piano, fino ad arrivare sul cucuzzolo della collina. Appena scesa dalla macchina, ho avuto la sensazione di essere atterrata su un altro pianeta: un posto incantevole, con una vista magnifica e tanti prati verdi attorno all’azienda agricola.

Raffaele mi ha accolto a braccia aperte e subito mi ha fatto fare un giro per conoscere tutti i suoi animali… e credetemi, anche loro erano abbastanza ansiosi di fare la mia conoscenza, si sono accorti subito che era arrivata un’“estranea” nel loro territorio ? !

La popolazione della Cascina è molto variegata: capre, cavalli, maiali, oche… ed anche un simpatico cagnolone!

La sensazione di essere atterrata in un luogo diverso è continuata, sembrava di essere in una piccola Arca di Noè, ma senza gli elefanti e le giraffe! Raffaele alleva i suoi animali con passione e per ogni specie ne rispetta l’etologia e le caratteristiche.

Le caprette sono animali davvero curiosi, chi l’avrebbe mai detto che passano il tempo a farsi i dispetti tra di loro e a litigare, hanno davvero una testa dura… allora, Raffaele mi racconta, che tiene separate quelle più “vivaci” e in vena di crear scompiglio, ma a poco serve, perché anche dopo un mese di allontanamento, ricominciano a litigare e a belare tra di loro. E chi se lo immaginava che le capre avessero un temperamento così forte?

La stagionalità per Raffaele è molto importante!

Raffaele segue la stagionalità per quanto riguarda la mungitura delle sue capre, non forza la produzione del latte in rispetto dei suoi animali e dell’ambiente circostante. E questo lo porta a dei grandi risultati: infatti, i suoi formaggi vincono tantissimi premi in tutta Italia, come il “Premio Roma”, dove il formaggio Ciuffettino ha vinto il primo posto o il premio “Crudi in Italia”, in cui la Caciotta di capra si è classificata prima!

I maiali vengono tenuti liberi, in modo che possano girare nei boschi attorno alla Cascina. Vengono inoltre nutriti con i residui della lavorazione del latte delle capre, insomma ecologia ed economia circolare da 10 e lode!

Ed è arrivato il momento più atteso: quello della degustazione di salumi e formaggi, delizie per il palato!

Mentre assaggiavo tutte quelle cose così buone (e anche genuine), pensavo tra me e me “Ecco, perché hanno vinto tutti quei premi…”, un motivo doveva pur esserci! Tra un assaggio e l’altro, Raffaele mi ha mostrato il suo piccolo laboratorio, dove crea tutte le sue prelibatezze: tantissime tipologie di formaggio per essere un’azienda agricola a conduzione familiare! Quanto impegno e quanta dedizione, Raffaele è sicuramente un eccellente produttore di formaggi caprini con tutte le carte in regola!

Il mio giro è proseguito in quel di Portacomaro… ma questa è un’altra storia!

Al prossimo post!

Le nocciole delle Langhe, oggi parliamo di questa esperienza da vivere!

Incontriamo le “tonde e gentili” di Langa, una qualità apprezzata in tutto il mondo con un gusto e un profumo unici, base per dolci tipici eccezionali come i baci di dama, le torte di nocciola, le creme al cioccolato.

Nella provincia “Granda” si viene soprattutto per l’enogastronomia di livello. Dal Tartufo alla cisrà!